“Terre rare”: può un minerale cambiare gli equilibri geopolitici del pianeta?

da FUOCO

Considerate da molti come il petrolio del ventunesimo secolo, le “terre rare” stanno occupando gran parte del dibattito politico, in particolare dopo la scelta da parte di Bruxelles di dismettere, a partire dal 2035, i motori a diesel e a benzina.
Con il termine “terre rare” si fa riferimento ad un insieme di diciassette minerali (quali ad esempio litio, scandio, lantanio), i quali sono essenziali per le nostre vite tecnologiche e non solo. Sono usate per PC, smartphone, tablet; ma anche pale eoliche ed impianti fotovoltaici.

L’aggettivo potrebbe trarre in inganno, poichè questi minerali, contrariamente a quanto si possa pensare, sono presenti in una quantità 200 volte superiore rispetto all’oro. Tuttavia il nodo cruciale non sta nella quantità, bensì nell’ubicazione degli stessi. Essi sono infatti prettamente presenti in Paesi geopoliticamente rivali degli States e dell’Unione Europea: parliamo ad esempio della Cina (la quale esporta il 90 % circa della fornitura globale), ma anche della Russia, del Brasile o del Vietnam. L’Europa, invece, è assai meno fornita di questi minerali e gli unici Paesi membri capaci di autosostenersi sarebbero la Norvegia, la Finlandia ed il Portogallo.

Le proiezioni ci dicono che questi materiali saranno considerati nell’imminente futuro alla stregua del petrolio e dell’oro. Il fabbisogno di litio – di cui sono composte le batterie delle auto elettriche – sarà infatti 18 volte superiore rispetto a quello attuale entro il 2030. Un minerale essenziale, specie se pensiamo che il litio è utilizzato anche nell’ambito medico; in particolare, per i pacemaker e e le radioterapie.

La prospettiva di una transizione ecologica dettata dall’UE non sembra dunque la scelta migliore, poichè i pannelli solari, così come le pale eoliche, sono composti in buona parte da questi materiali. Così come le batterie delle auto elettriche. La diffusione di tali strumenti rappresenterebbe quindi un assist imperdonabile al tiranno cinese, il quale non ha mai nascosto di voler diventare il dominus delle auto elettriche. Non solo.

L’estrazione di queste materie prime, almeno in Cina, è facilitata da due fattori: il primo è l’assenza di tutela dei lavoratori, i quali sono costretti a respirare esalazioni tossiche derivanti da questo procedimento di estrazione; il secondo sono i salari bassi, i quali pongono i Paesi (cosiddetti) democratici in una posizione di subalternità rispetto al Dragone. La città di Baotou, ossia il punto nevralgico di queste estrazioni, è stata considerata il peggior luogo al mondo in cui lavorare tale è il livello di disagio in cui versano i lavoratori cinesi.

Di contro, l’Unione Europea sta tentando di porre rimedio a questa situazione che essa stessa ha creato sostanzialmente con due strategie. La prima è quella di rafforzare l’approvvigionamento interno all’Unione; mentre la seconda è quella di diversificare quanto più possibile l’approvvigionamento di questi materiali, evitando così di ricreare la stessa dipendenza da un solo Stato come avvenuto con la Russia per il gas.

Il quadro del futuro appare assai tetro e la recente scelta del Parlamento europeo è stata chiara e inequivocabile: divieto di produzione dei motori endotermici a partire dal 2035. Una scelta dissennata, che certifica – qualora ve ne fosse stato bisogno – l’insipienza delle élite transnazionali che ci governano.

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