Scelerata insania belli: da democratici a guerrafondai per moda

da Andrea Monti

Le opzioni per i futuri studiosi di Storia Italiana saranno due: la prima, che ci si augura, è che fra un migliaio d’anni, con le mani nei capelli, saranno incerti se piangere o ridere; la seconda, che purtroppo i fatti di cui si dirà rendono anche la più probabile, è che non rideranno e non piangeranno, e anzi non diranno nulla, perché non ci sarà nessuno studioso di Storia Italiana. E questo non perché la Storia sarà passata totalmente fuori moda (lo è già adesso), ma perché non ci sarà proprio nessuno.

Evidentemente il tema ha un portato tragico non indifferente, e dunque pare obbligatorio cominciare con un sorriso. Il sorriso è «prima di tutto» quello del nostro glorioso Ministro degli Affari Esteri, Luigi Di Maio. È il sorriso che egli ha sfoderato il 2 marzo scorso, durante un collegamento dalla Farnesina con il noto programma serale DiMartedì, in onda su La7. Il sorriso è arrivato quando, passati i primi cinque imbarazzanti minuti di dribbling alle domande del conduttore, al Ministro, per dirla con le parole del Folengo, phantasia plus quam phantastica venit («venne una trovata oltremodo fantastica»). Non poteva trattenerla: «Io sono animalista, e penso che fra Putin e qualsiasi animale ci sia – Congiuntivo azzeccato! Grazie, San Gennaro! – un abisso, e sicuramente quello atroce è lui», ha detto col sorrisetto.

Ora, benché molti possano condividere le parole del signor Di Maio, nondimeno andrebbe ricordato al sopraddetto che un conto è il tono con cui si esprime un giornalista o un amico al bar, e tutt’altro dovrebbe essere quello con cui il Ministro degli Affari Esteri rilascia dichiarazioni su capi di altri stati. Soprattutto in un momento come quello attuale. Ma si tratta di banalità: non serviva richiamarsi all’exemplum della delicata e dissimulatoria e quasi maniacale riservatezza con cui il barone Sidney Sonnino – che pur qui non si vuole santificare, anzi – gestiva le trattative con due blocchi contrapposti alla vigilia del primo conflitto mondiale (interessantissimo in merito L’intervento di Salandra): all’animalista Di Maio sarebbe bastato ricordarsi del proverbio «non svegliare can che dorme», che – ci si augura – dovrebbe essergli più familiare.

Ma lo zoologo di Pomigliano, evidentemente, voleva togliersi un sassolino dalla scarpa: ancora non gli è andata giù di essere stato sbertucciato dall’omologo russo che, alla vigilia del conflitto, esprimeva pubblicamente alcune perplessità sulle (in)capacità dell’inquilino della Farnesina. E così quest’ultimo, da bravo guaglione tutto sangue, gli ha risposto per le rime, gliel’ha fatta proprio vedere!

Metterebbe di buon umore guardare detta video-intervista, ora per altro a disposizione su YouTube, se il «sub-animale» Putin non minacciasse quotidianamente l’impiego di armi nucleari e il suo esercito non fosse in maniera preoccupante debordato oltre i confini della Russia. E questa è una questione che richiede, quantomeno a noi non-inquilini della Farnesina, di spianare per un po’ le labbra e di riflettere. Fino a due o tre settimane giorni fa, di nucleare parlavano leghisti e similari con riferimento alla riattivazione delle centrali; oggi di nucleare si parla solo ed esclusivamente facendo seguire l’aggettivo ai nomi «bomba», «arma», «arsenale». Se per la prima questione potevamo – sbagliando – trattare la politica con un’attitudine tifosa, la seconda ci impone di superare tale impostazione (e, ahinoi, Di Maio, che il tifo da stadio lo conosce molto bene, non l’ha compreso). Comunque la si pensi, il dato di realtà è che siamo – anche noi, noi italiani che sulla Costituzione abbiamo scritto, fra le altre menate, che ripudiamo la guerra – dinanzi alla possibilità, mal celata dallo stesso Ministro degli Esteri nell’intervista di cui sopra, di una guerra, di una guerra totale.

Ovviamente l’idea di «guerra» ha richiamato nei bonapartisti di professione (cioè in coloro che stanno sempre e immancabile dalla «parte buona», dalla «parte giusta») la sentenziosità spocchiosa con cui essi hanno sempre, e nettamente, preso il giusto partito. E perciò Putin-Hitler è l’accoppiata proposta da Sallusti su Libero; «l’Italia dovrebbe entrare in guerra: purtroppo per ora non può», dice Parenzo a Il Giornale; sul «purtroppo non può» non concorda Fubini, del Corriere, che è invece del tutto intenzionato a muovere guerra alla Russia (e ovviamente a raccontarla da via Solferino). Queste posizioni certo non sono gravi quanto quelle del nostro ministro, e anzi, muovono molto spesso da considerazioni condivisibili; tuttavia, poiché ubriache stonfe di retorica «carducciana» nell’accezione più spregevole del termine, inquinano il dibattito e lo rendono tifoseria. Una tifoseria che si auto-rappresenta come unica portatrice di valori umanitari e civili. Ma così non è, e si cercherà di illustrare perché.

Anzitutto facciamo chiarezza: vero è che una posizione va presa e va difesa con fermezza – Padre Dante ci insegna che gli ignavi mai non fur vivi; ma vero è pure che non vanno confusi gli effetti con le cause, e che non si può, specie in una situazione come questa, sovrapporre le istanze e la tragedia di un popolo, quello Ucraino, con le spinte che vengono – anzi, che sono venute – «dall’alto». Fuor di perifrasi: la pressione che l’America di Biden (e così pure dei suoi predecessori), attraverso la NATO, ha esercitato verso il limes orientale dello schieramento è notevole. E l’allargamento dell’alleanza atlantica dalla caduta del muro di Berlino a oggi è sotto gli occhi di tutti: con ciò, si badi, lungi da me l’esaltare o anche solo il simpatizzare per il blocco tecno-comunista (o pseudo-tale) sino-Russo e i suoi satelliti. Un blocco criminale; ma, con le parole di Franco Cardini, dovremmo farci pure noi «occidentali» un «esame di coscienza». Quanto meno (o più) criminale è stata la condotta dei «buoni occidentali» negli ultimi tempi, ubriacati dall’illusione di aver vinto la Guerra Fredda? E quanto i «buoni occidentali» sono davvero buoni? Chi scrive ha potuto ben saggiarlo, poiché ha la fortuna d’insegnare lingua e cultura italiana agli stranieri, e ha la fortuna ancora più grande d’imparare dai propri discenti. D’imparare per esempio cosa sia stata e cosa sia tutt’ora la criminale destabilizzazione del sud (e dell’Oriente) del mondo ad opera dei «buoni americani» e dei «buoni europei» che oggi fanno a gara a illuminare i monumenti di azzurro e giallo. I buoni, i Moderni, gli «antirazzisti», che proprio oggi rivelano il più bieco razzismo – questa volta razzismo vero, non inventato come quello che affibbiano non appena possono agli altri –, indignandosi e strappandosi i capelli perché la guerra bussa alla loro porta e non è in Africa, laggiù, in un quella terra di nuovi «schiavi» del politicamente corretto; e la cosa ridicola è che nell’ubriacatura poco lucida in cui sono sprofondati, costoro aspirano persino a (mandare altra gente a) farla, la guerra, per difendere la Bontà. Antirazzisti si definiscono costoro, che cacciano a pedate il direttore d’orchestra della Scala poiché russo, che invocano la censura di Dostojevski (notoriamente un fan di Putin!) a Milano e l’abbattimento della sua statua a Firenze, che impediscono la presenza delle opere di Gronsky alla Mostra Fotografica di Reggio Emilia (e qui c’è da ridere, anzi da piangere: Gronsky è stato arrestato da Putin poiché dissidente). Antirazzisti, dunque, quelli che qualche mese fa piangevano perché la NATO ha lasciato che il popolo Afghano si arrangiasse da sé nella gestione del potere. Quella non era forse un’invasione?

Ma se l’ipocrisia degli avversari è stata sbugiardata, ora è tempo di sbugiardare pure la nostra: anche noi siamo preoccupati, anzi impauriti. Non vogliamo la guerra; non la vogliamo qui, ovvio. E abbiamo di fronte due strade: la prima è continuare in questo senso, continuare cioè ad attaccare frontalmente un nemico che evidentemente in questo momento è a dir poco «irascibile», e dare luogo a un’escalation che parte dalla battutina dello zoologo di Pomigliano e ha come termine ultimo l’apocalissi nucleare; la seconda è quella di trattare un fatto del mondo come un fatto del mondo, non di religione (e oltretutto a relativizzare quest’ultima siamo stati, criminosamente e tristemente, capacissimi): riconoscendo cioè gli errori, abominevoli, di ambo le parti e cercando una mediazione che sia tale; ricordando che i morti ci sono e ci sono stati in Donbass, proprio come ora ci sono a Kiev, e che proprio come a Kiev, in Donbass sono morti giovani, donne e bambini che non hanno avuto l’onore della beatificazione in diretta; evitando la santificazione di un presidente, Zelenskyji, che quotidianamente attizza una situazione già bollente; restituendo, insomma, a una crisi internazionale una complessità che non è certo quella del derby Napoli-Juve (e ogni riferimento a qualsiasi ministro di qualsiasi Paese è puramente casuale).

Si prenda, pur sommariamente, il caso Zelenskyji: egli si trova in un «doppio inciampo»: da un lato preme l’invasione tracotante della Russia; dall’altro la vigliaccheria dell’America e della NATO, le quali davanti alla grande Russia non osano – come invece osavano e usavano fare contro gli indifesi, preferibilmente islamici – esportare la loro «civiltà» a suon di bombe (e noi diciamo per fortuna). E ciò che è drammatico è che, laddove nemmeno l’America si arrischia, noi Europei (per altro contro i nostri interessi, ma solo per abitudine al servilismo nei confronti della NATO) s’inizi a ventilare che ci si debba spingere: s’inviano armi in Ucraina, si accoglie l’idea di annettere l’Ucraina all’UE, si depreca Putin e si smettono di fare i discorsi retorici del tipo «W la pace, abbasso la guerra». Ora la guerra non fa più schifo. Ora a dire «sola igiene del mondo» sono molto più vicini i democraticissimi (ricordiamo: il liberal-berlusconiano Sallusti, i radical chic Fubini e Parenzo, e tanti altri) che noi «reazionari bellicisti».

Insomma, in Europa, scellerati, consideriamo nel 2022 l’ipotesi di armarci: di rispondere al fuoco con il fuoco nell’epoca in cui il Progresso e la Tecnica, venerati proprio dai moderni progressisti neo-guerrafondai, assicurano la distruzione del genere umano o qualcosa di molto simile, in caso di conflitto mondiale! «Scellerati», dico, riprendendo un’espressione del più «pacifista» (nel senso più nobile del termine) fra i poeti, il nostro Virgilio. Virgilio, il «primo romantico» della letteratura latino-romanza, che patì sulla sua pelle gli effetti delle guerre civili, e che nella I bucolica (quella dal celebre incipit: Tìtyre, tù patulàe recubàns sub tègmine fàgi…) mette in scena un dialogo, finemente disperato, proprio fra un ipocrita – il famoso Titiro – che ha sempre in bocca parole di lode per la «pace» assicurata dal potentato, e un uomo che patisce davvero le conseguenze di una guerra – Melibeo –, o meglio, proprio di quella pax, di quella lì-ber-tàs che Titiro, spocchioso, ha sempre in bocca mentre ozia sub tegmine fagi: una pax e una libertas di facciata, sotto cui si nascondono indicibili violenze. Ci deve ricordare qualcosa, quest’ecloga.

E si ricordino, tutti i Fubini, i Parenzo e i democraticissimi guerrafondai d’oggi, queste parole di Virgilio: scelerata insania belli. Che vuol dire: «scellerata infamia della guerra».

Sempre.

L’Europa non perda la sua (ultima) occasione

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