Per assuefazioni successive. Lo spirito della Modernità da Voltaire alla tessera verde

da Andrea Monti

Ammettiamolo: la sorte di molti di noi è di assumere farmaci cronicamente o per tempi prolungati. E dunque, inevitabilmente, d’incappare nell’odioso meccanismo dell’assuefazione: il corpo si abitua e abbisogna di un dosaggio maggiore. Il meccanismo di assuefazione è, purtroppo, naturale per il corpo, che è sottoposto alle insindacabili leggi della chimica e della biologia; ma non è – o non dovrebbe essere – normale per lo spirito, il quale è – o dovrebbe essere – mosso da «ragioni» del tutto differenti, per dirla con Pascal. Eppure, se si provasse ad abbracciare con uno sguardo la Modernità, e se si tentasse di sussumerne una definizione in tre parole, queste sarebbero di certo «assuefazione dello spirito». E a cosa si assuefà lo spirito? Ad essere distrutto, oppresso, negato.

«Così par anco a me; ma io vorrei che procedeste più grosso, e alquanto meno da filosofo» (dato che non lo siete), mi si potrebbe obiettare con le parole del grande storico fiorentino Benedetto Varchi. E dunque si procederà più grosso: si andrà sul concreto, pur senza rinunciare a un po’ di filosofia spicciola. E si partirà da un momento chiave per la comprensione di cosa sia la Modernità – che non è un concetto meramente cronologico –: un momento di cui si hanno distratti ricordi scolastici: il momento in cui la maestrina dalla penna (e dalla tessera di partito) rossa faceva del proprio meglio per ammosciare le «r» nel pronunziare quella benedettissima stringa di parole francesi: Traitté sur la tolérance di Voltaire. Un vero classico. A questo punto partiva una celebrazione agiografica di Voltaire che assomigliava paurosamente a quelle che il philosophe tanto derideva nel IX capitolo dell’opera summenzionata. Opera che l’uomo che si richiama a una visione tradizionale deve leggere (cosa che, peraltro, difficilmente fanno le maestrine dalla penna rossa), pur con un ovvio spirito critico. Vi si trova infatti, sparsa qua e là, fra tante riflessioni e sentenze che possono essere anche apprezzate, la dichiarazione di quali siano le armi per «assuefare dello spirito». Si tratta di armi di cui oggi – specialmente fra il ceto politico e intellettuale dominante – viene fatto larghissimo uso, e sostanzialmente sono: l’irriverente e caricaturale messa in ridicolo del «vecchio» in quanto tale; la deformazione storica gravida di conseguenze nel presente; l’esclusione di alcuni individui dalla comunità politico-intellettuale sulla base proprio delle suddette mistificazioni. Se ne possono osservare le ricadute oggi, e noi anti-moderni le proviamo sulla nostra pelle: rappresentati come trogloditi, vittime di ingiuriose redutiones ad hitlerum (sia nel senso letterale che traslato, e la categoria oggi più di moda è no-vax o anti-scienza), non possiamo toccare palla – con eccezioni risibili nel numero, non certo nella qualità, fra le quali ricordiamo l’immenso Franco Cardini – nella riflessione culturale che si auto-definisce «alta» e che, per legittimare la propria egemonia e perpetrarla nel tempo, ha de-costruito e ricostruito a suo piacimento la storia di un Paese, partendo dalla rappresentazione proprio della nascita dell’Italia: dal Risorgimento, sul quale questa non è la sede adatta a dire altro se non che è stata compiuta un’immane opera mistificatoria (val la pena affidarsi ai lavori di due storici, uno di destra e uno di sinistra: Massimo Viglione e Alberto M. Banti). Ciò che interessa qui è capire come e perché questo processo di ridicolizzazionedeformazioneesclusione sia funzionale all’«assuefazione dello spirito»: come, cioè, pretenda costantemente di superarsi e miri, come fine ultimo, a distruggere ogni certezza, a ridurre tutto al nulla. E a dircelo è ancora Voltaire, in una lettera di commento al Traitté inviata a un altro eroe delle maestrine dalla penna – e dalla tessera di partito – rossa: l’enciclopedista D’Alembert. Queste le sue parole: «essi [scilicet: i filosofi seguaci di Voltaire] aumenteranno sempre di più; e i giovani destinati alle più alte cariche s’illumineranno con loro, e la religione si farà meno barbara e la società più mite».

Non avrebbe senso qui prendersela col philosophe e indicargli sommessamente gli orrori – tutti avvenuti dopo la sua «grande lezione» laicista – commessi dal Terrore, da due guerre mondiali, dal colonialismo. Ha più senso riflettere su quei minacciosi «aumenteranno sempre di più» e «la società [si farà] più mite». Aumento continuo e stordimento: ecco i perni di un processo di assuefazione. Perché, si badi, con «mite» non si deve intendere «pacifica» (e l’ha convalidato la Storia), quanto piuttosto «non reattiva». E questo è il sogno della modernità: neutralizzare nell’uomo tutto ciò che vi è di umano, oltre a tutto ciò che vi è di divino – o come lo si voglia chiamare. Neutralizzare cioè quella dicotomia che fa vivere e pulsare l’uomo: la dicotomia fra humilitase sublimitas, per usare le bellissime parole di San Bernardo di Clairvaux. La Modernità, che inizia con un moto falsamente liberatorio, con l’«assalto al Cielo», con l’«Ecrasez l’infame!», finisce – o meglio diventa post-modernità – con l’«assalto all’uomo» (e alla donna, soprattutto) delle sguaiatezze sessantottine; assalto che ora trova l’uomo indebolito, inebetito, morente. E magari lo trova impossibilitato – o, ancora peggio, impaurito – a mostrare il viso se prima non ha mostrato un codice a barre; impossibilitato – o  impaurito – a dare un bacio; impossibilitato – o impaurito – a fare progetti per una vita che egli non si domanda neanche più se sia tale, con uno spirito assuefatto a ogni tipo di violenza e di stortura.

Ancora, val la pena riflettere su quel «la religione si farà meno barbara»: frase dal portato (consciamente o inconsciamente) abominevole, come se la religione dovesse conformarsi ai criteri di «civilizzazione» di chi a quella religione è estraneo (leggi: imperialismo etico a stelle e strisce in Medio Oriente)!

Ma ciò che in questa frase è ancora più preoccupante è l’uso certo del tempo futuro: la coscienza di un processo di assuefazione dello spirito che ridurrà l’uomo a un «mite disperato» che dileggerà la Tradizione poiché ha sentito dire che si fa così, e che sostituirà a quegli «Dei falsi e pagani» (i poveri Cristo, Jahvè, Allah, Giove, Shiva), che fanno tanto out-of-date, la dea Ragione – cosa per altro accaduta in maniera letterale durante il Terrore giacobino –, il dio Progresso, la dea Scienza. E oggi la religione dominante effettivamente venera questa «trinità meno barbara», e prescrive – anzi: impone senza alcuna tolleranza voltairiana – processioni ai suoi templi (maxime gli hub vaccinali, ove sempre più ci recheremo a chiedere «miracoli»), pellegrinaggi ad loca sancta (cos’altro è il «viaggio a New York» da fare almeno una volta nella vita?), rituali collettivi (ovviamente post-umanamente virtuali: si pensi alle conferenze stampa cui siamo appesi), conformismo anche a livello delle idee (che si traduce in un monopolio quasi perfetto dei canali di trasmissione del sapere, e non serve addurre esempi). 

No, la Modernità non ha risolto nessun problema: non ha ridotto tutto a quel «due più due fa quattro» di cui parlava Voltaire nel capitolo XXI del Trattato, pensando che così si sarebbe sbarazzato di Dio. O meglio, proprio nel voler ridurre l’idea di Dio a quel «due più due fa quattro», la Modernità, al contrario, è divenuta e sempre più si appresta a divenire l’età in cui «fuochi verranno attizzati per testimoniare che due più due fa quattro» (G. K. Chesterton).

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