Fottitene e balla! Riflessioni su Sanremo e dintorni.

da Andrea Monti

Ci avevamo tutti provato. Avevamo giurato che quest’anno no, non avremmo concesso neanche un attimo del nostro tempo a un Sanremo che si preannunciava l’ennesima buffonata infarcita di vittimismo in salsa gender fluid. Sanremo ha mantenuto la promessa; molti di noi – dobbiamo ammetterlo – no: ci è capitato di premere più o meno involontariamente il primo tasto del telecomando; e magari ci è capitato pre di arrabbiarci nel constatare come il servizio pubblico per cui paghiamo sia in realtà un «servizietto privato» di infimo livello (ma non avevamo chissà quali illusioni). La parata buonista non si è fatta mancare nulla: ovazioni alle «maestrine dalla penna rossa wanna be», che per l’equivalente del salario annuo di un onesto lavoratore hanno spiccicato quattro parole lamentose sui «problemi sociali»; sfilate di vestiti e svestiti rigorosamente confusi dal punto di vista sessuale; una buona dose di retorica servilmente governativa, di auto-compiacimento, di auto-celebrazione. E ovviamente quel pizzico di offesa alla sensibilità religiosa a cui non si poteva rinunciare.

I dettagli di tutto ciò non sembrano degni di ulteriore approfondimento: qui non ci si vuole infangare a bacchettare questo o quell’avvenimento dell’ultima edizione del festival; piuttosto, si vogliono indagare le cause e i fini dello scintillio dalle tinte arcobaleno, e il loro rapporto con il dramma della Modernità.

Vi è una questione centrale da cui iniziare: il circo sanremese è euforica pagliacciata o tentativo disperato di evitare la disperazione? Detto in altro modo, utilizzando ignominiosamente le grammatiche schilleriane, il circo sanremese è «ingenuo» o «sentimentale»? La risposta non è univoca e non è certa: non sappiamo cosa succeda ai vari Achille Lauro, Fedez, Sangiovanni una volta raschiato via il belletto e dimessi gli abiti femminei. Sappiamo, certo, che le loro sono pose: ma alla base di esse sta solamente il «naturale» e dunque «ingenuo» desiderio di appagamento in popolarità e danari? Oppure è una preliminare presa di coscienza – più o meno articolata – del dramma della Modernità ad impaurire certi spiriti poco saldi, e a mettere in moto meccanismi difensivi (come lo spostamento del focus da problemi reali e difficili da affrontare a problemi già risolti – leggi: questione gender) che si esplicano attività e scelte «artistiche»?

Se per certi individui foraggiati da multinazionali è più probabile la pista dell’«ingenua» fame di gloria e verdoni (è il caso, direi, del paladino del 1 maggio prezzolato dall’azienda che ha distrutto il mondo del lavoro), non mancano, tuttavia, alcune più rare riflessioni «sentimentali». Una di queste è stata svolta proprio da un concorrente dell’ultima edizione del festival: Dargen D’Amico, che ha presentato un brano la cui facile – anzi, diciamo pure banalissima – orecchiabilità cozza con un testo che potrebbe essere definito una vero e proprio manifesto della disperazione dell’uomo cresciuto a pane e illusioni della post-modernità. Non un capolavoro di stile, sia chiaro, ma questa non è la sede per giudizi critici. A colpire è il ritornello:

Dove si balla

Fottitene e balla

Tra i rottami

Balla, per restare a galla

Negli incubi mediterranei.

Che brutta fine: le mascherine,

La nostra storia che va a farsi benedire!

Ma va’ a capire perché si vive se non si balla

Gli acuti amici di Fanpage hanno parlato di «leggerezza». Eppure qui siamo dinnanzi a un uomo che ammette di trovarsi in un «incubo» o in una discarica; che prende, a modo suo, coscienza del declino della civiltà a cui appartiene; che, soprattutto, si pone una terribile domanda («perché si vive»?) a cui troppi giovani oggi non riescono a dare risposta se non, come afferma il nostro Dargen, rivendicando il diritto alla distrazione (che alla lunga diviene «distruzione») continua: a quel «ballare» disperato e scomposto per cercare di dimenticare un’esistenza vuota: un’esistenza che è un autentico disastro. Disastro di cui il brano in questione dà una lapidaria descrizione:

Finalmente ho 40 anni ed ho ancora fame

Io non parlo col mio cane ma c’è un bel legame

E sto anche vedendo una:

Sono già tre sere

Eccoli, uno dietro l’altro: solitudine (certo non intesa come sola beatitudo, ma come prodotto finale dell’individualismo); fine-adolescenza-mai; disturbi alimentari; rapporto fra uomo e donna sempre più difficile, sempre più precario e surrogato dal rapporto morboso uomo-pet, condannato persino dal «fazioso» Papa Francesco.

E in questa tragedia, cosa ci propone Dargen? Di «ballare». Attenzione: non di danzare per la gioia, e nemmeno per sfogare il dolore. «Ballare» è una metafora. Quello che viene proposto è un «ballare anestetico»: un ballare che sa di «sballarsi»; uno sballarsi che scivola, fonologicamente e non solo, nello sbalar, che nel gergo veneto degli antichi perteganti significa «morire». E, si badi, si può benissimo morire «vivendo»: who’s not busy being born is busy dying, disse quel «collega» di Dargen che risponde al nome di Bob Dylan. Ma già Seneca distingueva fra Vita ed esistenza; esistenza che è quel «restare a galla» di cui fa menzione il testo. Ed è questo, pare, l’obiettivo più alto che la Modernità pone ai suoi «figli». L’unico, del resto, per chi, oggi, interrogandosi su quel «perché si vive?», sa che di Dio non può e non deve parlare (al massimo può pigliarlo in giro in Eurovisione); sa che di Amore non può e non deve parlare (a meno che non intenda fare un monologo sull’omosessualità, beninteso); sa che di Vita non si può e non si deve parlare (casomai di fine-vita).

E aggiunge dramma al dramma constatare che Dargen D’Amico è il «poeta sentimentale» della nostra epoca. E che potrebbe, a rigor di logica, chiamare il Petrarca «collega».

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