Se l’uomo ha ‘paura’ – e non ‘timore’ – di Dio

da Andrea Monti

In questo tempo l’americanismo è praticato dai più insospettabili: veterocomunisti a loro tempo filosovietici ripetono la nenia secondo cui l’Afghanistan in mano ai talebani sarebbe diventata la pietra tombale della civiltà, e, pur con rocamboleschi giochi di parole che facciano de sinistra, rimproverano alle autorità statunitensi di non aver protratto la propria guerra contro una nazione ancora non conforme ai diktat mondialisti e laicisti che vigono qua, in occidente, da noi «civili». Per utilizzare il vocabolario sinistrorso, si potrebbe tacciare tali figuri di «razzismo»; ragionando come l’uomo tradizionale è abituato a fare – cioè cercando di andare alla radice, di scoprire le cause –, si possono facilmente ricondurre certi berci scomposti all’ideologia post-moderna e postumana del ’68. Sessantotto che, con buona pace dei libri di scuola e della narrazione mainstream, altro non fu se non il trionfo del «secolare» e del «laico» assurti a moda, a brand, e, di qui, a somma categoria di analisi di cosa sia giusto o sbagliato. È quindi normale che oggi, applicando questo paradigma, si gridi allo scandalo quando si vede una nazione inginocchiarsi dinnanzi a Dio e non a un’altra nazione più laica ed «evoluta».

Ciò che colpisce in questa vicenda – e in generale nel modo in cui vengono trattate le frange di umanità ancora non prone al materialismo nichilista imperante – è come la cultura popolare, e dunque il modo di pensare di tutti noi, cambino e diventino ogni giorno più sessantottini di quanto il sessantotto stesso avrebbe potuto prevedere. Un esempio può essere questo: «Allah akbar». «Allah akbar» si traduce con «Dio è grande». «Allah akbar» è l’accostamento di parole che fa più paura all’occidente. Ergo, l’occidente ha paura di Dio. Si obietterà che l’occidente non ha paura di Dio, ma del fatto che in nome di Dio si uccida; si dirà che la locuzione «Allah akbar» fa tanta paura poiché gridandola alcuni terroristi volgarmente definiti islamici provocarono la morte di vittime innocenti di un fanatismo che è «religioso» tanto quanto fu «religiosa» la Guerra dei Trent’Anni.

Dico «volgarmente definiti islamici» poiché un minimo di conoscenza di quella religione ci mostra come essi siano assai distanti dai fondamentali della stessa – che, oltre a vietare in maniera inequivocabile la violenza, afferma brillantemente che «se Allah volesse, convertirebbe tutti gli uomini della terra. Sta a te costringerli?» (Sura yunus) –, vuoi come risultato di un’incontrollata reazione all’«imperialismo etico» occidentale, vuoi per adesione a dottrine controverse che si sono sviluppate da subito come allontanamento dal Corano, quali ad esempio quelle wahabita o salafita.

E qua chiedo al lettore di continuare a ragionare e di dirmi se la parola «libertà» gli fa tanta paura quanta gliene fa «Allah akbar». No, decisamente no: al lettore occidentale la parola «libertà» non fa paura, anzi. E infatti «libertà» è fra le parole più belle al mondo, proprio come lo è, per quanti hanno il dono di proferirla sinceramente, la locuzione «Dio è grande». Però non dobbiamo dimenticare che, proprio come il grido «Allah akbar» dei fanatici si rivelò fatale per molti, il motto «liberté, egalité, fraternité» accompagnò in un solo anno la lama della ghigliottina oltre 30.000 volte (A.M. Banti, L’età contemporanea, Laterza) e in nome della «liberté» venne compiuto uno dei più atroci massacri preguerre mondiali: quello di Vandea del 1793, argomento, fra l’altro, del celebre e bellissimo romanzo di Hugo Il novantatré. In questo caso, i rivoluzionari egualitari e tolleranti, coloro che pochi anni prima avevano giurato sulle parole «liberté, egalité, fraternité», repressero nel sangue una rivolta considerata a loro insindacabile giudizio «non giusta» – già allora! – : quella dei sacerdoti e dei contadini passati alla storia come «refrattari», di coloro che insomma non volevano disporsi proni a subire le «magnifiche sorti e progressive» del secolo che si apriva. I morti furono 100.000, stando alle stime del sinistrorso Banti, oltre 200.000 secondo Martin (Sorbonne), paragonabili persino ai numeri della shoah per Secher (Sorbonne). A questi morti, andrebbero aggiunte tutte le vittime delle naturali prosecuzioni del laicismo rivoluzionario che uccideva cantilenando «liberté, egalité, fraternité»: socialismo e comunismo in primis. Ma far contabilità sui numeri delle più infami tragedie della storia non è mia intenzione né attività davvero utile.

Tuttavia bisogna rapportarsi ad esse in maniera coerente e rispettosa. Se si accetta che la maestrina dalla penna (e la tessera di partito) rossa gracchi trionfalmente «liberté!», con l’erre moscia tipica della bolscevicuccia da boutique, è impensabile che «Allah akbar» possa essere uno spauracchio. Se infatti la maestrina dalla penna rossa non fa paura benché abbia in bocca una delle più atroci condanne a morte della storia, è perché abbiamo compreso che una delle parole più belle del mondo, «libertà», è patrimonio di tutti e che il suo valore non si riduce a quello di cui fu caricata in un momento della storia (ancora da troppo pochi ritenuto) oscuro. Certo è stato facile, per un mondo che è andato dove è andato, sorvolare, più ancora che riflettere, su tale parentesi e non porsi problemi.

Più ardua, e fortemente osteggiata da quel turbinio laicista avviato nel ‘68, sarà l’operazione di riportare al suo valore ancestrale e infinito un’espressione che significa amore verso Dio. L’ideologia razionalista post-moderna, infatti, vuol farci credere «religione» il fanatismo omicida dei salafiti, allontanandoci ciò che lo è veramente: come insegna la stessa parola Islam, «sottomissione», coscienza di un proprio limite in quanto adoratore e non adorato.

Ciò spaventa il moderno: egli non può tollerare la propria limitatezza, e deve trovare il modo di giustificare la propria paura (non timore) di Dio. Lo fa confondendo le acque, anzitutto dal punto di vista semantico. E così nasce la paura di «Allah akbar»: locuzione che, prima di tutto, pronunziata da un uomo – di qualsiasi religione egli sia –, testimonia che qualcuno ancora ha timore di Dio, e non paura. E a questo punto, un’esortazione a tutti i Tradizionali(sti): se vedete un uomo che s’inginocchia per strada per pregare, se vedete una ragazza che decide di velarsi sacrificando la bellezza dell’età più rosa, non prendete paura. Commuovetevi, perché in qualcuno esiste ancora il timore che voi probabilmente non avete più, perso in mezzo al frastuono della modernità.

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