A ‘sua’ immagine e somiglianza. La tracotanza di Elon Musk

da Andrea Monti

È arrivato. È alto cinque piedi e otto pollici e ha uno schermo in testa. «Può svolgere compiti ripetitivi che solo gli umani oggi possono fare (…) e potrà trasformare l’economia mondiale riducendo i costi del lavoro». Dopo un ingresso trionfale all’«Al Day» sulla colonna sonora di Matrix, Elon Musk, fondatore di Tesla e SpaceX, si è espresso così in merito alla sua ultima, post-umana (è proprio il caso di dirlo) trovata: il Tesla Bot. Si tratta di un umanoide, robot dalle sembianze umane, ultima frontiera dell’intelligenza artificiale. Il suo scopo non è uno in particolare: il robot sfrutterà i sistemi di apprendimento artificiale e potrà venire impiegato per supplire alle esigenze più svariate, laddove l’intervento umano «non sia realmente necessario» oppure laddove risulti «ripetitivo, noioso, faticoso».

Infatti, per il miliardario americano, «il lavoro nel futuro sarà una scelta». Nelle parole di Musk risuonano in modo inquietante i versetti biblici della creazione. «A sua immagine somiglianza», in primo luogo; ma anche, in maniera ancora più profonda, «homo, qui operaretur humum» (Genesi 2, 5). Mr. Tesla è lì: ha ingaggiato un duello con Dio. Ed è probabile che ne uscirà vincitore: i «suoi» uomini saranno «buoni, amichevoli» (testuali parole); magari saranno dotati di batterie più durature della vita media del vecchio uomo creato da quel Dio antiquato; sicuramente saranno più efficienti: eviteranno certi capricci quali il dormire, il mangiare, l’andare di corpo; e, sicuramente, costeranno e soprattutto inquineranno meno! E poi… poi pensa che bello: se i Tesla Bot saranno iis qui operentur humum, a noi, sgravati del compito, non resterà che prendere il posto di Dio. Insomma, egregio Signore che c’ha fatti, sgomberi un pochettino il Cielo che mo’ arriviamo.

Dunque, sarà una «cacciata dal Paradiso» al contrario, perché un individuo di Pretoria, «per non annoiarsi» (ancora, parole testuali di Musk) ha deciso di «creare il futuro». Insomma, Musk si è accorto che prova tedio e che il resto della gente fa fatica e, scandalizzato, invece di lagnarsi come certi filosofucci che scomodavano pendoli, veli e altre amenità, ha optato per metterLo alla porta. Ci si può anche esprimere in termini faceti, ma bisogna prenderla in maniera seria. Una «cacciata dal Paradiso» al contrario è ormai bella e iniziata, e Mr. Tesla non fa altro che infliggere qualche colpo su un corpo che, non a caso, oltre cent’anni fa era già stato dato per «morto».

Quello di Musk è, forse, l’ultimo passo in tal senso: l’uomo, credendo possibile di sbarazzarsi definitivamente di Dio, invero rassegna le proprie dimissioni dal suo posto di essere umano. Ecco il vero fine (e la vera fine) della modernità: fine sconcertante, angosciante, terribile. E sconcertante, angosciante, terribile, è la totale assenza di commenti su una situazione come questa nel dibattito pubblico e nelle pagine dei rotocalchi, che si limitano a registrare il fatto e a consegnare riassunti più o meno stringati delle parole del «visionario» e delle caratteristiche tecniche del nuovo giocattolino. Un atteggiamento, questo, che indica inequivocabilmente una transizione già avvenuta: siamo già umanoidi. O almeno, molti lo sono.

Non è utile spendersi in evocazioni di scene apocalittiche o facili paragoni con libri o film distopici. Occorre piuttosto volgersi evolianamente indietro per poter guardare avanti: ricercare i focolai, i serbatoi di umanoidi che erano già qui da tempo, le cause di un siffatto disastro. Eccola: la rivoluzione industriale. Impenetrabile crepaccio che sancisce l’inizio dell’età contemporanea. Ed ecco il mondo degenerato che l’ha partorita: quello dell’illuminismo settecentesco, che, a distanza di neanche duecento anni da Shakespeare e Ariosto, sfornava le teorie utilitaristiche e calcolava matematicamente la felicità (Bentham), schiaffeggiando secoli di speculazioni di Aristotele, Platone, Agostino, Dante. Ma cos’ha ridotto l’universo che questi ultimi avevano creato a rinsecchirsi in tal modo?

Un crimine: il tentativo di far ragionare Dio. Il famoso spostamento del baricentro da fuori (si dica pure «oltre») a dentro l’uomo. Tale tentativo è ben esemplificato nella rivoluzione copernicana e galileiana, che si possono visualizzare così: un’aula di tribunale dove si scontrano un uomo insolentemente armato di scienza, che pretende che Dio gli si adegui, e unuomo parimenti armato, ma di un Dio fatto oggetto contundente, divenuto procedure e codicilli che tentano di tenerLo a bada incartandoLo. Insomma, a quest’altezza cronologica si era tentato di far ragionare Dio. Ed è questo, tornando al Paradise Lost, il senso del peccato di Eva: cos’è il serpente, cos’è il serpente, se non quell’assurda brama di «conoscenza», di Scienza, di Progresso, in una parola di Umano – metto le maiuscole per pura convenzione – con la quale l’uomo s’illude di poter gareggiare con Dio? Quelle pagine della Bibbia non ci parlano forse (anche) di Musk? L’hybris tanto temuta dai Greci e dai Latini, cos’era, se non il desiderio essere come Dio? Un desiderio da cui scaturisce il disastro che ci si ostina a chiamare «progresso».

Con queste conclusioni, l’uomo tradizionale non può non sentirsi travolto dalla stessa angoscia che Evola e Guénon – ma anche intellettuali più popolari, come Céline – conobbero e affrontarono quotidianamente in quella rivolta che ingaggiarono contro un mondo moderno sprofondato nella sua peggiore crisi. Come fare a uscire da questo stato? È facile riempirsi la bocca con parole del calibro di «rivolta»; ma nel concreto, come si può operare di fronte a un mondo che applaude il dio Elon Musk? E come si può evitare il rischio di soccombere a un siffatto meccanismo perverso?

Una risposta è inconsciamente emersa nel corso delle poche righe di quest’articolo: per parlare e cercare di comprendere (nel senso di «conoscere, spiegare», certo non di «abbracciare»!) un futuro ai limiti del distopico, si è dovuto ricorrere alle pagine più risalenti della storia. Questa è la lezione della Tradizione: avere radici tanto profonde e impiantate nell’humus quanto ci si voglia protendere verso l’avvenire e verso il Cielo.

E poi, ce lo insegna proprio quel genio che fu Céline, spesso l’angoscia inizia laddove si tiene in considerazione il mondo (la modernità, per dirla con categorie che mi appartengono): «fossero anche novecentonovantacinque milioni [contro di me] e io solo, sarebbero loro che hanno torto, e io che ho ragione: non voglio morire». E soprattutto non voglio morire umanoide.

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