Il furto della proprietà: un rimedio dalla Tradizione

da Enzo Iurato

Come si sa, la proprietà sarebbe, in via di principio, il diritto di disporre dei propri averi e di determinate cose come proprie, e quindi uno dei diritti fondamentali di ogni società civile e a misura d’uomo. Ma, come ci ricordava recentemente in un messaggio personale Renzo Giorgetti, oggi noi «…stiamo passando da un Nuovo Regime, che è quello instauratosi a partire dal 1789, a un Nuovissimo Regime, che non è altro che una sua versione aggiornata. La novità principale sarà proprio la cancellazione di tutto il sistema dei cosiddetti diritti (che come saprai sono sempre state concessioni)». Benevole concessioni, rassegniamoci! Per lo meno da quando il sistema e l’ideologia liberale e il sistema e l’ideologia comunista — entrambi figli del rivolgimento antitradizionale, posti a fondamento della intollerabile tirannide verso la quale sembra stia per essere precipitata l’intera umanità — collaborando si sono divise la scena politica e ideologica mondiale, motivando e assecondando ognuno i vizi rispettivamente propri dell’egoista e dell’invidioso.

Quando Platone considerava l’ordinamento collettivistico il migliore per i filosofi (in quanto Sapienti e detentori dell’autorità spirituale, e non certo le loro odierne scimmiottature accademiche e televisive!) e i guerrieri, cui è affidato, rispettivamente, il compito direzionale e difensivo dello Stato, si richiamava e trovava ispirazione nello stato paradisiaco primordiale dell’Età dell’Oro, e non certo alla sua odierna inversione parodistica di fine ciclo; già preparata in parte dalle utopie rinascimentali, ispirate a Platone solo nella forma ma non certo nella sostanza. Mentre del tutto opposto è il pensiero di Aristotele (fatto poi suo da San Tommaso d’Aquino nel gettare le basi teologiche dell’ordinamento medioevale, coi feudi, i monasteri e le abbazie a miscelare nella giusta proporzione possesso privato e condivisione comunitaria), il quale attribuiva al collettivismo l’inconveniente derivante dal fatto che «delle proprietà comuni ci si prende meno cura perché ciascuno attende con maggiore impegno ai suoi interessi privati che ai pubblici, e (…) che si trascura qualche operazione perché ci si fida sull’attività altrui».

Verità ampiamente dimostrata, del resto, dall’affermarsi dei regimi comunisti in quegli sventurati paesi che ne hanno assaporato soprusi e vessazioni; al contrario delle civiltà tradizionali e degli ordini monastici, dove senso dell’onore e fede religiosa garantivano un progetto comune dalle profonde radici spirituali, rendendo ognuno dei membri della comunità responsabile, ciascuno al proprio livello, della gestione e salvaguardia della res pubblica. Ma, come del resto indica magistralmente l’affresco di Raffaello raffigurante “La Scuola di Atene”, Platone puntava verso l’alto e alla trascendenza, nei suoi principi immutabili, mentre Aristotele guardava al mondo e all’immanenza, partendo dall’essere umano reale, con le sue debolezze e le sue imperfezioni.

Platone

E, per quanto Marx ed Engels si siano adoperati a dimostrare che la proprietà non aggiunge e non toglie nulla alla personalità, non si può di certo negare che una autonomia economica ed una autosufficienza materiale sono alla base di ogni società equilibrata e ordinata, dove la proprietà (mantenuta entro i necessari limiti dell’onesta acquisizione e della decenza) è la garanzia economica della libertà umana, assicurando quella sicurezza familiare dalla quale possono allora emergere e sbocciare anche figure votate all’ascesi e alla ricerca spirituale: dove le rinunce liberamente accettate e l’abbandono volontario di ogni possesso materiale assumono una funzione liberatrice su un altro piano, essendo il “possesso delle cose” sostituito e sublimato nel controllo e nel dominio su se stessi, sui propri stati d’animo e sui propri sentimenti.

La società attuale, in cui la continua solidificazione e la progressiva meccanizzazione della vita umana hanno fatto sì che il carattere di ognuno subisse un restringimento ed una diminuzione delle proprie facoltà individuali, con la conseguenziale perdita di ogni confine e riferimento comunitario, uniformandone in modo soffocante ogni prerogativa e attitudine fino a ridurre le persone ad unità numeriche indifferenziate, pretenderebbe di rimediare al venir meno della Legge e del dominio interiore dell’uomo, mediante un ordinamento esterno costrittivo che mette come mai prima a rischio la libertà individuale della persona, tramite pervasive norme insensate e minuziosi incomprensibili cavilli: giustamente da evadere e sfuggire alla prima occasione.

Questa civilizzazione ultima e crepuscolare — “senza Legge per le troppe leggi” — si è potuta affermare a discapito del precedente mondo contadino, dove gli “apritori di solchi” (traduzione del termine arya), fissando gli spazi, gettando profonde radici e regolamentando i possedimenti, edificarono regni che sfidavano il tempo, garantendo stabilità, ordine e sicurezza, anche mediante il possesso di beni, strumenti, attrezzi e proprietà, trasmessi di padre in figlio, e di generazione in generazione. Sempre, del resto, l’aristocrazia si è contraddistinta essenzialmente per la sua funzione militare, sostenuta però dalla condizione di ceto possidente, essendo dotata di terre, bestiame, servi, utensili, oggetti e armi; in quanto patrimonio familiare o bottino di guerra. Le ricchezze godute dalla nobiltà, dall’aristocrazia, dal “governo dei migliori”, prima della sua decadenza e definitiva caduta, erano all’inizio un segno tangibile del potere curativo e salvifico dello Spirito effettivamente posseduto ed esercitato da quella “casta”. Siccome si era, si aveva! A differenza del potere illegittimo dell’attuale capitalismo predatorio, intento a concentrate nelle mani di pochi “eletti” tutte le ricchezze del mondo; il quale avvelena qualunque cosa tocchi, e fa ammalare (non solo metaforicamente, come stiamo purtroppo constatando oggi!); dove il rapporto fra essere e avere è totalmente invertito, l’abilità piratesca avendo preso il luogo dell’onestà e del rispetto della parola data.

Quando nell’estate del ’68, a rivolta studentesca già in corso, alcuni giovani nazional-rivoluzionari ebbero un colloquio con Evola, manifestandogli la speranza di poter dirigere i moti allora in corso per un cambiamento positivo, si trovarono di fronte allo scetticismo del Maestro circa la possibilità di riuscire ad impossessarsene e indirizzare proficuamente quella rivolta, mancando nei giovani precisi orientamenti e una adeguata formazione. Sostenendo infine Evola che, per cambiare volto alla società moderna e mutare direzione al processo dissolutivo in corso da tempo, fiumi di sangue sarebbero dovuti scorrere per le strade. Adesso, che quella profezia evoliana si è mostrata in tutta la sua evidente veridicità — con i “migliori” figli del Sessantotto ripiegati nel penoso ruolo di gendarmi e cani da guardia (quando non di veri e propri gestori) dell’azzeramento di ogni privacy e dall’abolizione di ogni proprietà privata per conto del peggiore capitalismo — forse non più di fiumi ma di veri e propri oceani di sangue bisognerebbe parlare, per una purificazione indispensabile, profonda e definitiva dell’attuale anomalia globalizzata.

Per comprendere il senso di simili fosche previsioni, ci potrà essere d’aiuto l’esempio prezioso degli Eroi della mitologia e delle saghe antiche, non a caso oggi messe sotto accusa dal politicamente corretto, rappresentando essi figure esemplari a cui era uso uniformarsi ogni uomo dabbene, per essere degno di stima ed onorato cittadino nella città antica. Quelli che potrebbero dirsi, per farci capire dagli odierni selvaggi digitali, gli influencer delle epoche passate! Fra questi, Ulisse è uno dei più emblematici esempi della prossimità al divino da quelli rappresentata, che risulta quanto mai attuale e in grado di indicarci la via per risanare il Mondo avvelenato dalle falsità e dalle menzogne che oggi lo soffocano e asfissiano; tenendo sempre a mente che il simbolo cela nel nemico esterno le infamie e iniquità del proprio stesso io: il solo ed unico nemico contro cui va condotta la santa guerra interiore, per la riconquista e riaffermazione del dominio totale e definitivo su se stessi. Egli, infatti, a conclusione del suo ventennale peregrinare, ritorna ad Itaca per riaffermare la sua regalità. In una sera di novilunio, festa di Apollo, rientrato nel suo palazzo Ulisse afferrò l’arco e attraversò con la prima freccia gli anelli delle dodici asce bipenne allineate; e dopo aver colpito il bersaglio, uccise poi gli arroganti pretendenti che sollecitavano sua moglie e fu di nuovo padrone della sua casa e della sua isola.

Ulisse

Ora, proprio l’Ulisse omerico — al pari di quanti oggi si trovano a vivere come stranieri nella loro stessa patria diventata estranea ed ostile, costretti a vedersela con avversari altrettanto indegni ed infidi — dopo aver affrontato mostri pericoli e insidie inenarrabili, deve combattere coloro che «i beni di un altro distruggono impunemente», e che alla dea Atena appaiono come una «turba arrogante (…) e insolente/ che in casa tua gozzoviglia: chiunque/vedendo maniere tanto altezzose/s’adirerebbe se qui mai fosse giunto». Quei Proci (“pretendenti”) che gli insidiano la moglie e la fanno da padroni, proprio nel luogo che dovrebbe essere il più sicuro e il meno soggetto a rischi e minacce, essendo destinato al riposo, al ricovero e alla protezione; simbolo del dominio su di sé e della “pace del cuore” per conquistare la quale si deve aspramente combattere. E Penelope conferma che: «Tutti i giorni essi vengono in casa, nel nostro;/ammazzano buoi e capre e pecore grasse;/sempre siedono a tavola e mangiano e bevono/vino purpureo da stolti; consumano tutto,/perché un uomo non c’è come Ulisse/che tenga da casa lontana questa rovina./Se Ulisse tornasse nella terra paterna/punirebbe, insieme col figlio, questi arroganti».

E l’astuto Ulisse, da vero guerriero, ci mostra il metodo per la soluzione definitiva di un simile disordine, esercitando il controllo totale sui suoi sentimenti e sul suo desiderio di vendetta, sopportando in silenzio le offese e le percosse inflittegli durante il suo travestimento da vecchio mendicante con cui si presenta al suo ritorno ad Itaca. Esibendo pazienza, calma, distacco e impassibilità (virtù maturate grazie alle dure prove affrontate nel suo lungo peregrinare iniziatico, e con l’ausilio divino offertogli dalla dea Atena), egli infligge la giusta punizione a coloro che avevano violato l’ordine ed erano venuti meno ai sacri doveri dell’ospitalità: con empia arroganza e sacrilega sfrontatezza. Rinchiusili nello stesso “spazio” dove essi avevano spadroneggiato, dà finalmente libero sfogo alla sua ira — misurata ma implacabile — manifestandola in tutta la sua spietata potenza e micidiale attitudine guerriera, uccidendoli ad uno ad uno, a cominciare da Antinoo (Anti-nous,“colui che è contro la mente, l’intelletto e la ragione”), trafitto alla gola dal primo dardo scagliato dal divino Ulisse, là dove ha sede l’organo dalla parola: che se usata in maniera fraudolenta può generare infamie ed efferatezze, aprendo la strada alla menzogna e deformando la realtà. Continuando poi a colpire ed eliminare tutti gli altri pretendenti, anch’essi dai nomi allusivi,  soggetti ognuno ad una fine appropriata: chi col taglio della testa, chi trafitto al petto e chi al fegato, chi con la schiena squarciata e chi col ventre aperto.

Copertina del canto XII dell’Odissea dedicato all’incontro di Ulisse con le sirene che lo vorrebbero allontanare dal ritorno a casa.

Con l’aiuto del figlio Telemaco e dei due servi fedeli, il porcaro Eumeo e il forte mandriano Filezio («Allora spirando furia di guerra stettero i quattro alla soglia»), Ulisse lava col sangue di tutti quanti i Proci le offese subite, fino a che «lo sguardo volgendo qua e là per la sala, se vivo gli fosse qualcuno sfuggito/alla nera morte scampando. Ma tutti/li vide nel sangue distesi per terra,/molti riversi, simili ai pesci sul lido/ricurvo, che trae il pescatore fuori del mare/con rete fittissima; e stanno là tutti ammassati/su l’arena guizzando per brama dell’onda/mentre il raggio del sole li toglie alla vita».  Poi, alla nutrice Euriclea, che si stava abbandonando a trionfali grida di gioia, ricorda che «su uomini spenti non è bello esultare», mostrando quella giusta pietas inseparabile dall’animo nobile. Costringe quindi le ancelle infedeli che si erano legate ai Proci a ripulire la sala del massacro e a rimuovere i morti, per poi essere a loro volta condotte nel cortile esterno e fatte uccidere in modo disonorevole, appese con una corda al collo. E, dopo aver fatto raschiare il suolo impregnato di sangue, portando fuor dalla porta il fangoso letame, e fatto punire il pastore infedele Melanzio partigiano dei Proci, a cui vengono mozzati il naso le orecchie i piedi e le mani, e strappato infine il membro per darlo in pasto ai cani: Ulisse si fece portare dello zolfo («rimedio dei mali»), per purificare la sala, la casa e il cortile. Ristabilendo l’ordine, la pace e la giustizia che erano stati violati da uomini indegni e incuranti della volontà Celeste.

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